Ad Assisi, Mattarella inaugura l’evento interreligioso “Sete di Pace”. 20/9/2016

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Numerosi ospiti internazionali, tra cui il sociologo Bauman e il patriarca Bartolomeo, hanno dato il via alla tre giorni promossa da Sant’Egidio a 30 anni dallo “Spirito di Assisi”

Ha preso ufficialmente il via, ad Assisi, “Sete di pace. Religioni e culture in dialogo”, l’evento promosso dalla Comunità di Sant’Egidio a 30 anni dallo storico incontro ecumenico convocato da Giovanni Paolo II, al quale partecipano oltre 500 leader religiosi da tutto il mondo. Dopo il concerto di Uto Ughi di sabato, oggi, 18 settembre, la tre giorni di dialogo e preghiera è stata inaugurata con una cerimonia ufficiale al Teatro Lyrick alla presenza, tra gli altri, del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella che ha affermatoo: “Il dialogo tra le religioni, tra credenti e non credenti, il dialogo della cultura, può molto, più di quanto sembra. Lo scontro con la violenza estremista è anche uno scontro culturale. E quindi la cultura può prevalere sull’oscurantismo”.

Presente anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, che poco prima si era recato nella Basilica superiore di San Francesco, dove il vescovo di Assisi Domenico Sorrentino ha celebrato una Solenne Eucarestia alla presenza dei rappresentanti delle chiese cristiane e delle comunità ecclesiali. Nel corso dell’inaugurazione, Bartolomeo – che lunedì, dopo un incontro a Perugia in cattedrale con il card. Gualtiero Bassetti, riceverà dall’Università per stranieri una laurea Honoris causa, ha affermato: “Possiamo preservare la pace e salvaguardare il nostro pianeta soltanto attraverso una cultura del dialogo”.

Per il patriarca, “l’unica domanda alla quale siamo chiamati a rispondere è: ‘Vogliamo guarire?’. Se non lo vogliamo, rimarremo immobilizzati ed incapaci a dare una risposta alla sofferenza paralizzante attorno a noi. Ma se lo vogliamo, ci è stato assicurato che il più piccolo seme di pace può avere un impatto grandissimo sul mondo”. Nel discorso del primate ortodosso  anche un riferimento al terremoto che ha colpito l’Italia centrale: “Il mondo intero ha portato il lutto per la perdita di tante vite e tanta bellezza”.

Ha preso poi la parola al Teatro Lyrick anche Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che ha subito ricordato la storica giornata di preghiera per la pace di 30 anni fa, voluta da Wojtyl: “Un giorno freddo e ventoso, ma pervaso di luce”, ha detto. Per Riccardi, “l’intuizione” di Giovanni Paolo II “semplice e profonda” indicava una grande novità: i leader religiosi potevano stare “gli uni accanto agli altri, per la pace” e “mostrarsi insieme testimoniava ai rispettivi fedeli che vivere insieme era possibile”. Quell’evento, che alcuni avrebbero voluto “isolato, senza seguito”, faceva riemergere qualcosa di “intrinseco” ad ogni tradizione religiosa e si sarebbe mostrato capace di dare frutti di pace “in tanti luoghi del mondo”. Ad Assisi si scoprì infatti il bisogno “della preghiera di tutti, ciascuno secondo la propria identità e nella ricerca della verità”, ha sottolineato Riccardi. Per questo, ha spiegato, “Sant’Egidio ha scelto di portare avanti quello spirito”, soprattutto oggi che viviamo un tempo “complesso e frammentato, con le sue sfide, l’avvicinamento dei popoli, ma anche le nuove paure”.

Ha fatto eco il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, che ha detto: “Trent’anni fa si alzò su questo colle di Assisi una voce di pace e di fraternità universale. Quella voce oggi dopo 30 anni è ancora più forte e lo spirito che la sorregge, lo spirito di Assisi si è diffuso e ha dato coraggio a tanti nel mondo, soprattutto a coloro che soffrono per la guerra e la violenza”. “La voce di pace sia più forte e audace – ha aggiunto – perché deve parlare nel nome di chi non ha voce, perché la voce di tanti è stata sopraffatta dalla guerra e dalla violenza”. Di qui l’auspicio che “la speranza di pace che noi incarniamo dia sollievo, consolazione e forza a chi soffre per la guerra a chi è vittima del terrorismo della violenza diffusa”.

A seguire il saluto del custode del sacro Convento, padre Mauro Gambetti, e quello di Baleka Mbete, speaker dell’Assemblea nazionale del Sudafrica che ha ringraziato Sant’Egidio per aver “contribuito a dare alla luce un Sudafrica senza apartheid”. “Siete stati con noi durante il difficile periodo della nostra storia dolorosa. Ci avevano insegnato a odiare, a creare divisioni basate sulla razza, tribù ostili une alle altre. Abbiamo dovuto costruire una nazione unita nelle sue diversità”, ha sottolineato. “Invece di seguire la strada della vendetta, abbiamo scelto il perdono” ha aggiunto l’onorevole Mbete, “non abbiamo cacciato i responsabili dell’apartheid ma abbiamo lavorato con loro per costruire un Sudafrica migliore e nuovo. Abbiamo scelto la via della giustizia”. E oggi, nonostante il Paese debba ancora affrontare sfide come povertà, malattie, ignoranza e paura, rimane comunque “il prodotto del tema che ci ha riunito oggi: la sete dell’umanità per la pace”.

Di particolare rilevanza, l’intervento di mons. Dominique Lebrun, arcivescovo di Rouen, la città francese dove il 26 luglio è stato assassinato barbaramente padre Jacques Hamel da due jihadisti. Rievocando il martirio del sacerdote, il presule – che mercoledì scorso ha incontrato il Papa a Santa Marta – ha detto: “Io vorrei chiedere la grazia di continuare il cammino del dialogo, un dialogo che sia più forte e più vero, più interiore”. Il riconoscimento del martirio di padre Hamel, ha soggiunto, “non sia una bandiera innalzata per combattere e condannare, ma la gioia di rendere grazie per il dono di un prete che ha donato la sua vita come il Cristo”.

A conclusione dell’assemblea, il discorso di grande spessore del noto sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman, il quale ha descritto la storia dell’umanità come un processo di espansione della parola “noi”. Oggi, ha evidenziato, c’è la necessità ineludibile dell’espansione del “noi” come prossima tappa dell’umanità che si trova “nella dimensione cosmopolita in cui ogni cosa ha un impatto sul pianeta, sul futuro e sui nipoti dei nostri nipoti. Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri”.

Rovescio della medaglia, ha affermato lo studioso, è che “non abbiamo neppure iniziato a sviluppare una consapevolezza cosmopolita. E gestiamo questo momento con gli strumenti dei nostri antenati… ed è una trappola, una sfida da affrontare”. Per integrare i popoli senza separarsi, secondo il sociologo sono utili tre consigli di Papa Francesco. In primo luogo l’urgenza di promuovere “una cultura del dialogo per ricostruire la tessitura della società. Imparare a rispettare lo straniero, il migrante, persone che vale la pena ascoltare. La guerra si configge solo se diamo ai nostri figli una cultura capace di creare strategie per la vita, per l’inclusione”, ha detto.

In secondo luogo £un’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro che non rappresentano una pura carità, ma un obbligo morale”. “Dobbiamo creare posti di lavoro reale e ben pagati per i giovani – ha affermato Bauman – e passare dall’economia liquida ad una posizione che permetta l’accesso alla terra col lavoro”. In terzo luogo – ha ricordato il sociologo – “Papa Francesco dice che questo dialogo deve essere al centro dell’educazione nelle nostre scuole, per dare strumenti per risolvere conflitti in maniera diversa da come siamo abituati a fare”.

L’acquisizione della cultura del dialogo, il modo di procedere non è una via facile, una scorciatoia. L’educazione è un processo di tempi lunghissimi, che necessita di pazienza, coerenza, pianificazione a lungo termine. Si tratta – ha concluso il grande intellettuale – di una rivoluzione culturale rispetto al mondo in cui si invecchia e si muore prima ancora di crescere”.

ZENIT

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