Muore un Testimone di Geova – Sei medici finiscono a giudizio. 9/3/2017

BASE DOC

 

Muore un Testimone di Geova.

Sei medici finiscono a giudizio

La Provincia di Varese 14/2/2017

L’uomo, un 66enne, aveva rifiutato una prima operazione per non ricevere la trasfusione adducendo motivi religiosi

Muore Testimone di Geova: sei medici a giudizio.

Il sessantaseienne si è spento a Varese dopo aver rifiutato una trasfusione di sangue ad Ancona.

O meglio dopo aver rifiutato un intervento di massima urgenza per non dover essere trasfuso per motivi religiosi.

La fede del sessantaseienne, infatti, vieta di ricevere sangue altrui.

Per l’accusa quel rifiuto non significa nulla: «nessuna incidenza, in rapporto causale all’evento morte, può farsi risalire al rifiuto opposto dal paziente», si legge nel capo di imputazione.

Per i difensori dei sei medici, tra cui i varesini Sergio Puerari e Gianfranco Orelli, sostengono esattamente il contrario: il fatto di aver rifiutato l’intervento, pur sapendo che sarebbe stato necessario e fondamentale, e di aver chiesto il trasferimento da Ancona all’ospedale di Circolo di Varese con ovvia perdita di tempo avrebbe determinato un tale aggravarsi della patologia sino a portare alla morte dell’uomo.

E in aula, dove il processo arriverà domani, è guerra di perizie.

La vicenda ha inizio il 17 gennaio 2013 ad Ancona in una clinica privata dove il sessantaseienne è stato sottoposto a un intervento colecistite sclerotroatrofica.

Intervento che non necessitava di trasfusione.

Durante l’intervento qualcosa però non va: viene infatti causata una piccola lesione considerata dai medici “curabile”.

Attraverso altro intervento.

Dalla clinica il paziente viene qui di trasferito agli Ospedali Riuniti di Ancona, centro di cura universitario, centro di eccellenza, dotato di strumentazioni adatte a quel tipo di intervento. Intervento che necessita di trasfusioni.

E qui il paziente rifiuta per motivi religiosi l’operazione.

I medici spiegano che l’operazione è urgente, e che il sessantaseienne deve esservi sottoposto immediatamente.

Che non deve essere trasferito in altra sede, che non deve allontanarsi da Ancona, che in caso di trasporto in altra sede deve essere trasportato nel più vicino ospedale in caso di minima complicanza.

Il paziente rigetta l’intervento e decide di farsi trasferire a Varese dove, secondo voci, i medici sarebbero più tolleranti verso il credo religioso dell’uomo.

Voci che non trovano alcun fondamento nelle pratiche ospedaliere del Circolo: tanto che in emergenza l’uomo viene trasfuso.

Qui viene sottoposto atri interventi: «ma è passato tantissimo tempo – spiegano i difensori – quel tempo che ad Ancona era stato chiaramente detto non esserci».

Il 3 aprile 2013, circa due mesi dopo il primo intervento, il paziente muore a Varese.

Ci fu negligenza da parte dei medici?

Oppure fu quel rifiuto dettato da motivi religiosi a portare l’uomo verso la morte?

È questo che il delicatissimo processo presieduto da Anna Azzena dovrà stabilire.

Se nella clinica anconese ci fu un errore fu tale da poter determinare il decesso?

Oppure se l’uomo si fosse sottoposto all’intervento si sarebbe potuto salvare?

E i medici varesini potevano fare qualcosa a fronte di una situazione compromessa, stando alle difese, dal tempo perso di fronte al rifiuto?

Un processo di una delicatezza estrema.

Che inevitabilmente sarà deciso dai periti.

Dai medici legali, dagli esperti.

Perchè la prova al di là di ogni ragionevole dubbio in un senso o nell’altro non potrà che essere scientifica.

Simona Carnaghi

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