Libertà di cura e libertà di terapia. Segnalazione alla Procura per terapia dannosa. 11/3/2017

BASE DOC

LIBERTÀ DI CURA E LIBERTÀ DI TERAPIA.

SEGNALAZIONE ALLA PROCURA PER TERAPIA DANNOSA.

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Dopo avere ribadito per l’ ennesima volta l’ importanza del diritto alla salute (diritto alle cure) e del diritto alla vita (eutanasia) è opportuno chiedersi quale sia la posizione del medico rispetto al rifiuto delle cure. 

Per quanto riguarda il rifiuto dei trattamenti terapeutici in generale e, in particolare del trattamento trasfusionale, come nel caso dei testimoni di Geova va fatto un discorso a sè, poichè il rifiuto delle cure, quando viene espresso in modo inequivoco, attuale, effettivo e consapevole, rende illecito il comportamento del sanitario che procede ugualmente all’intervento diagnostico o curativo (Cass. sent. n.4211/2007)[3]. Il caso de quo riguardava una persona ricoverata in ospedale per una lesione all’arteria e della vena succlavia, con emorragia in atto a seguito di un incidente stradale, che aveva da subito esplicitamente manifestato la volontà di non essere sottoposto, in considerazione delle proprie convinzioni religiose, al trattamento di trasfusione. Senonché trasportato in sala operatoria, le sue condizioni subivano un repentino aggravamento per effetto di una lacerazione vascolare che aveva determinato una più vasta emorragia, tale da mettere in pericolo la sua vita e da indurre i sanitari a praticare la trasfusione. In seguito il paziente proponeva domanda di risarcimento dei danni morali subiti per essere stato costretto alla trasfusione, contro la sua volontà.

La domanda fu respinta sia in primo grado che in appello.

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Ciò significa che è corretto, da parte del medico, ritenere che il paziente, se avesse potuto conoscere le sue reali condizioni, sarebbe stato indotto ad accettare il trattamento. Da questa presunzione, discende il seguente principio:”nel momento in cui le trasfusioni si rendano necessarie a scongiurare il pericolo di vita del paziente, il sanitario che le effettui, seppur a conoscenza del rifiuto stesso del paziente stesso, pone in essere un comportamento scriminato ex art.54 c.p. che esclude la sussistenza di un qualsiasi danno risarcibile”[10]. Un altro caso di rifiuto del trattamento emotrasfusionale da parte di un testimone di Geova, giunto all’esame della Corte di Cassazione, ha riguardato la richiesta di risarcimento del danno morale (si ripercuote sul soggetto mediante manifestazioni di carattere nervoso e psichico che non sempre hanno delle ripercussioni sul corpo del soggetto) ,subìto a seguito della trasfusione praticata dal medico, in una situazione di pericolo grave ed immediato per la vita del paziente in stato di incoscienza, nonostante il sanitario avesse rinvenuto sulla sua persona un cartoncino con la scritta «niente sangue». La III Sezione Civile della Suprema Corte, con la sentenza n.23676/2008, ha innanzitutto riaffermato l’obbligo del medico, in presenza di un testimone di Geova, maggiorenne e pienamente capace, che nega il consenso alla terapia trasfusionale, di desistere da qualsiasi atto diagnostico e terapeutico di tal natura. A parere della Corte, il dissenso, perché sia vincolante per il medico, “deve esprimere una volontà non astrattamente ipotetica ma concretamente accertata; un’intenzione non meramente programmatica ma affatto specifica; una cognizione dei fatti non soltanto <>, ma frutto di informazioni specifiche in ordine alla propria situazione sanitaria”[11]. In altri termini, deve essere un dissenso attuale e non preventivo, un rifiuto ex post e non ex ante, espresso cioè in mancanza di qualsivoglia consapevolezza della gravità attuale delle proprie condizioni di salute. In buona sostanza, un generico dissenso ad un trattamento, espresso in condizioni di piena salute, è cosa ben diversa dal riaffermarlo in una situazione di pericolo di vita.

La Corte sostenne che: “Sia innegabile, in tal caso, l’esigenza che, a manifestare il dissenso al trattamento trasfusionale sia, o lo stesso paziente che rechi con sé un’articolata, puntuale, espressa dichiarazione dalla quale inequivocabilmente emerga la volontà di impedire la trasfusione anche in ipotesi di pericolo di vita, ovvero un diverso soggetto, da lui stesso indicato quale rappresentante ad acta, il quale, confermi tale dissenso all’esito della ricevuta informazione da parte dei sanitari”[12]. I giudici, dunque, hanno ritenuto che non ricorressero le condizioni per un valido dissenso in un caso in cui era risultato da un cartellino, rinvenuto addosso al paziente, testimone di Geova, al momento del ricovero, in condizioni di incoscienza, che recava l’ indicazione “niente sangue”, proprio perché la manifestazione di volontà al rifiuto della eventuale trasfusione non era stata espressa in modo inequivoco,anzi,il paziente ne era venuto a conoscenza al momento del ricovero in ospedale e,nonostante gli fossero state prospettate le probabili conseguenze nel caso in cui il trattamento non fosse avvenuto, non aveva espresso il suo dissenso alle cure.

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