Il Blue Whale che ci fa saltare per aria. 30/5/2017

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La morte violenta è pane quotidiano per questa nostra società occidentale, assuefatta a immagini di morte che ogni sera irrompono nelle nostre case mentre ceniamo tranquillamente. Ciononostante, ognuno in Regno Unito è stato scosso di fronte all’attentato di Manchester: la morte degli innocenti smette di essere immagine e si trasforma in carne dolente quando colpisce così vicino.

È difficile immaginare che sorta di disperazione possa portare a suicidarsi a 22 anni, quando sembra ci sia tutto il tempo per cambiare in meglio la propria vita. E anche se una persona non nutrisse alcuna speranza rispetto al proprio futuro, decidere consciamente di portare con sé alla morte quanti più bambini possibile denuncia un male oltre la comprensione umana. Anche la parola radicalizzazione non sembra adeguata a spiegare fino in fondo quanto accaduto.

Ci lasciano perplessi anche le reazioni dei politici Britannici, dei giornalisti e della gente comune. Dopo l’iniziale onda di shock emotivo, vediamo due posizioni dominare. Da un lato un gonfiare i muscoli per farsi coraggio, in cui al “sarà lo spirito di Manchester che prevarrà e ci terrà uniti” del Sindaco di Manchester fa eco la copertina di Metro del 25 maggio: soldati armati di tutto punto in ronda sotto al Big Ben, sfondo a un cubitale “Qui si fa sul serio”.

Tra i nostri colleghi al lavoro sembra tuttavia un’altra la posizione prevalente: al pragmatico motto “Keep calm and carry on” si abbina un “e non parlarne neanche”. Tra i giornalisti, c’è chi come Owen Jones dalle colonne del Guardian propone che il nome di Salman Abedi sia dimenticato il prima possibile per lasciare spazio a sentimenti più positivi come la solidarietà dei concittadini delle vittime.

I conti non tornano. Di fronte a un delitto tanto efferato da parte di qualcuno che è nato e cresciuto in questo Paese, la nostra società non può non interrogarsi rispetto a una propria responsabilità. Ci sembrano far chiarezza le parole di Philip Egan, vescovo di Portsmouth, quando nel suo sermone di Pasqua affermava che due pericolose ideologie si contendono il potere nel nostro tempo: il fondamentalismo (la religione senza ragione) e il secolarismo (la ragione senza religione). Entrambe sono “totalitarie, distruttive della persona umana e pertanto costituiscono una grave minaccia per la vita umana e la salute della società”.

Tutti noi entriamo nella vita con un desiderio di felicità piena. Negando il rapporto con Dio e il valore della vita (dal suo concepimento alla sua fine naturale), la società occidentale propone come risposte alla sete di felicità dei giovani solo risposte parziali: la competizione per il successo e i soldi nel mondo del lavoro o la ricerca edonistica di piaceri sempre nuovi. Quando la sproporzione tra queste risposte e il desiderio del cuore umano diventa evidente, la disperazione e una rabbia violenta sono un esito prevedibile. Gli adolescenti che si tolgono la vita (talvolta come tragico epilogo di un “gioco” come il Blue Whale) e Salman Abedi o i tanti teenager che dal Regno Unito sono fuggiti in Siria per unirsi ad ISIS sono due facce della stessa medaglia.

Di fronte a una sfida tanto vertiginosa e incombente, che contributo possiamo dare come Cristiani?

Seguendo l’esempio di Papa Francesco e di tanti altri leader religiosi, siamo chiamati a pregare per le vittime degli attacchi terroristici. Non dobbiamo però dimenticare quelle dei totalitarismi contemporanei: ragazzini della porta accanto, radicalizzati dal fondamentalismo o abbandonati al nichilismo e alla disperazione dal secolarismo.

Ma cosa rispondere ai nostri figli che ci chiedono il perché di quanto accaduto? Come stiamo di fronte al loro (e al nostro!) desiderio di felicità?

In questo tempo di Pasqua, il tragico evento di Manchester è un imponente richiamo alla nostra conversione. Nell’incarnazione Dio si è reso incontrabile per farci scoprire come Lui solo risponda alla nostra sete di felicità, nella Resurrezione ci ha mostrato come non ci sia circostanza in cui la speranza in Lui sia vana.

Un bel giorno ognuno di noi ha incontrato il Signore Risorto nell’abbraccio di un’amicizia umana che è la Chiesa. In essa padri autorevoli (come il Servo di Dio Luigi Giussani e il Papa emerito Benedetto XVI) ci hanno mostrato come fede e ragione debbano illuminarsi a vicenda per trovare risposta adeguata alle sfide del mondo moderno e per dialogare con tutti gli uomini di buona volontà nella costruzione del bene comune.

Nell’affrontare le nostre giornate, nell’educare i nostri figli e nello star di fronte a eventi drammatici come l’attentato di Manchester, le alternative sono due. O riscopriamo e approfondiamo la Fede che ci ha presi, offrendo a chi ci è prossimo ciò che abbiamo ricevuto, o condanniamo noi e loro alla schiavitù della mentalità dominante. In ballo c’è tanto: è l’alternativa tra il fiorire e la distruzione della persona umana.

NBQ

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