E se Adamo ed Eva non avessero peccato, che ne sarebbe stato di noi?

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Intervista al professor Gianluca Briguglia che da poco ha pubblicato un volume che ripercorre la storia della filosofia e della teologia politica medievale per capire “come si sta insieme se siamo tutti peccatori?”

Non capita tutti i giorni che un laico si interessi di uno dei temi principali della fede cristiana: il peccato originale. Né capita tutti i giorni che ci scriva su un agile volume di circa 160 pagine sulla storia della filosofia e della teologia da Sant’Agostino fino a Locke circa la questione, evidentemente ricorrente e fortemente dibattuta circa una domanda che – in fondo – indirettamente ci siamo chiesti un po’ tutti, senza tuttavia affrontarne tutte le conseguenze logiche e antropologiche sulla natura dell’umanità: che cosa sarebbe successo se i progenitori, Adamo ed Eva, non fossero caduti, cioè se non avessero peccato, che cosa sarebbe successo se si fossero mantenuti saldi nello stato d’innocenza in cui erano stati posti?

E’ di questo che si occupa il bel libro di Gianluca Briguglia, dal titolo Stato d’innocenza. Adamo, Eva e la filosofia politica medievale” edito da Carocci. Briguglia è maître de conférences (professore associato) in Filosofia medievale e rinascimentale all’Università di Strasburgo e ha già pubblicato altri lavori sulla filosofia politica medievale e sul pensiero di Agostino e infatti si vede la mano ferma ed esperta nel guidare il lettore tra i diversi pensatori che si sono cimentati con questa domanda, per noi moderni e così secolarizzati, particolare. Ma, come ci tiene a spiegare l’autore, la domanda su cosa sarebbe successo se Adamo ed Eva non avessero peccato, e avessero quindi mantenuto il cosiddetto stato di innocenza, non è affatto oziosa né puramente ipotetica, essa viene guidata da più profondo realismo: cosa è necessario e cosa no per permettere la vita associata tra gli uomini? Come sono da intendersi le gerarchie o il diritto di proprietà? Oppure, riprendendo le parole dell’introduzione dell’autore:

“Questa interrogazione produce altre domande e problemi, a seconda della direzione che essa assume nei vari contesti di indagine: nello stato d’innocenza gli esseri umani sarebbero stati come noi? Avrebbero avuto una capacita di conoscenza libera dagli impedimenti della materia? Che relazioni avrebbero avuto con gli animali e con il creato? Come sarebbe stato il loro corpo? Come avrebbero generato i propri figli? E soprattutto, che differenze intercorrono tra “il prima”, cioè nello stato d’innocenza, e “il dopo” quell’evento tragico che e causato dalla caduta?

Domande per noi ancora curiose, forse, ma che già ci mostrano l’avvicinamento all’idea di una duplice antropologia, di una doppia natura umana da indagare, di una specie di strana ma concreta disamina della natura degli esseri umani. La storia che dovremo ricostruire (almeno in alcune sue linee) – che e la storia dei dibattiti che filosofi e teologi hanno condotto sulle conseguenze del peccato di Adamo ed Eva e sui limiti e le possibilità della convivenza umana, cioè della politica […] questo tipo di interrogazione lega insieme lo stato d’innocenza – come momento di manifestazione di una natura umana più autentica e più vera – e lo stato postlapsario, cioè conseguente alla caduta determinata dal peccato di Adamo ed Eva, ma questa visione non può essere troppo rapidamente associata o confusa con una teoria della decadenza dall’età dell’oro, come in certi miti antichi, o con una semplice forma di primitivismo. […] Gli autori che prenderemo in considerazione […] sono in primo luogo impegnati a comprendere quali effetti il peccato originale – cioè il peccato che Adamo ed Eva hanno commesso coinvolgendo tutti i loro discendenti – abbia determinato nella natura umana come oggi la conosciamo.

Per approfondire ulteriormente Aleteia ha fatto alcune domande al professor Gianluca Briguglia.

Professore, innanzi tutto, come nasce la sua passione per i pensatori medievali?

Forse proprio leggendo sant’Agostino da studente, che non è propriamente un medievale, ma che dà vita a un dispositivo di comprensione dell’esperienza umana che è decisivo non solo per il medioevo, ma direi per tutta la storia filosofica dell’Occidente. La sua è una visione al tempo stesso totalizzante e intima, tanto da risultare a volte invincibile. Pochi autori, in questo senso, sono pericolosi come Agostino, forse Marx e Freud. Gli autori medievali, che non hanno tutti la stessa potenza, hanno però il pregio di un linguaggio in cui filosofia, teologia, immaginazione, razionalità, esperimenti mentali e fittività creano un gioco di decifrazione e scoperta che mi ha sempre interessato e divertito.

La questione del peccato e delle sue conseguenze attualmente non troverebbe molto spazio tra i suoi colleghi, oppure è un argomento che meriterebbe una nuova riflessione?

In realtà il tema del peccato non ha mai abbandonato la riflessione filosofica e storico-filosofica. Naturalmente pensarlo nei termini del peccato originale (espressione peraltro non biblica), partendo dal dato della Genesi, è un altro conto. Gli autori di cui parlo nel libro partono dal dato letterale biblico, cioè l’esistenza storica, reale, concreta, di Adamo ed Eva, per poi arrivare a un’interrogazione controfattuale, quindi filosofica, di quel dato, di cui non c’è traccia nella Genesi: che cosa sarebbe successo se Adamo ed Eva non fossero caduti?

La domanda non ha nulla dell’esegesi e appunto evoca una situazione che non si è data, per il semplice fatto che Adamo ed Eva sono davvero caduti. Quindi questi autori (ma si tratta di autori del peso di Agostino, di Tommaso d’Aquino, di Bonaventura di Bagnoregio e di tanti altri) trattano il dato biblico come punto di partenza e ne proteggono la storicità letterale. Poi però si sentono liberi di immaginare filosoficamente altri scenari, mettono in opera quello che potrebbe essere definito come un “esperimento mentale”.

Mi chiedo però se nella cultura filosofica cattolica di oggi – mi permetto di sollevare la questione visto che la vostra rivista, che ringrazio molto, “guarda il mondo da una prospettiva cattolica” -, ci sia qualcuno che ponga come inizio della propria riflessione la realtà storica di Adamo, di Eva, come persone in carne e ossa, del serpente in forma di serpente, dell’Eden e di tutto il resto (altra cosa è naturalmente tener conto dei significati antropologici più profondi che il racconto della Genesi esprime).

Quello che interessa me, come medievista, è ricostruire quell’orizzonte storico di razionalità che nello “stato d’innocenza” ha insieme costruito e trovato un elemento esplicativo filosofico determinato. È uno dei sensi dello studio della storia della cultura, filosofica e no.

Il suo lavoro sull’antropologia filosofica e la filosofia politica di pensatori che facevano scaturire le loro riflessioni a partire dalla fede che cosa suggerisce all’uomo secolarizzato contemporaneo?

Insegnando filosofia medievale – all’università di Strasburgo, dove lavoro come professore, ma più in generale ogni volta che se ne parla -, una delle difficoltà maggiori che incontro è quella di chiarire il peso delle precomprensioni che abbiamo del medioevo e della sua cultura, a volte tacite, ma sempre operanti. Il pensiero filosofico medievale, e quello teologico, è un vero pensiero, che integra una pluralità di componenti costitutive, tra cui la fede. Quello che mi interessa è, ancora una volta, l’orizzonte storico di questo pensiero e non certo per inserirlo in un’impossibile gerarchia tra epoche. Se questo può rendere più facili le cose, si potrebbe dire che un atteggiamento utile a comprendere il passato è quello di una specie di antropologia storica. Non c’è nulla che lo studio dei medievali debba suggerire all’uomo contemporaneo (secolarizzato o meno) se non proprio la relatività di ogni orizzonte storico. E credo valga anche per i credenti di oggi, che spesso assolutizzano le forme storiche e istituzionali del proprio credere colonizzando il passato a partire dal presente.

Chi è più “realista” circa la natura umana: il pensiero medievale o quello contemporaneo?

Non saprei definire in blocco il pensiero medievale o quello contemporaneo. E non saprei neppure attribuire patenti di realismo in questo senso. Quello che mi sembra interessante è che appunto il realismo è la conseguenza dell’idea che si ha della realtà. Le antropologie medievali sono molto diverse da quelle contemporanee e costruiscono un loro senso della realtà umana. I modelli di cui parlo nel mio libro, che non sono tutti riconducibili all’agostinismo (basti pensare a Tommaso d’Aquino, che ha tutt’altra visione), integrano nel loro senso di realtà il senso dei limiti umani e ne tengono conto nel costruire le varie idee di convivenza e di politica. In questo senso posizioni “realiste”. Il pensiero contemporaneo fa esattamente lo stesso. È quindi il senso della realtà che cambia; ed è questa una delle cose interessanti che ci suggerisce lo studio della storia.

Il saggio di un filosofo italiano ripercorre la storia della filosofia e della teologia politica medievale per capire “come si sta insieme se siamo tutti peccatori?”

Il peccato originale determina dunque una cesura, un salto, che segna la distanza irrimediabile tra due stati dell’uomo, quello della natura innocente e quello della natura decaduta, lapsa, che pero in questo modo vengono a implicarsi a vicenda, tanto da dover essere spesso analizzate congiuntamente. Lo stato d’innocenza presuppone infatti, nell’analisi di questi autori, la condizione umana storica, la nostra, come la conosciamo, la quale a sua volta si comprende solo in riferimento alla caduta che la separa dall’innocenza. […] va invece sottolineato che il congegno agostiniano ha delle conseguenze per il tema politico, che qui ci interessa. Se i progenitori sono caduti, se lo stato d’innocenza e perduto, allora il disordine che questo ha determinato si configura anche come problema politico, o meglio come antropologia politica. In che modo rimediare allo stato di sopraffazione e d’incertezza della natura umana, al bisogno, alla potenziale lotta di tutti contro tutti? E ben nota l’idea che il potere, la proprietà, la coercizione, addirittura la guerra possano essere considerati come rimedi alla caduta, perché possono frenare il male del peccato, almeno nei suoi effetti sulla convivenza. Agostino lo ribadisce, e si tratta di concezioni spesso già presenti nel pensiero cristiano. Pensare dunque allo stato d’innocenza, ad Adamo ed Eva, e pensare soprattutto a una posizione di realismo politico, fondata su una specifica antropologia (che può variare). Ma se vogliamo parlare di realismo dobbiamo pur ammettere che esso si poggia su un senso di realtà certamente particolare. Interessante è infatti che a partire da Agostino, fino a tutto il Medioevo e a gran parte dell’epoca moderna, ci si sia chiesti “Che cosa sarebbe successo se i progenitori non fossero caduti?”

Una domanda che affiora sin dalle prime pagine così come è affiorata abbastanza repentinamente nella storia del pensiero cristiano e occidentale, cioè: se Adamo ed Eva non fossero caduti, sarebbero esistiti il governo dell’uomo sull’uomo, il potere politico, la proprietà, la famiglia come la conosciamo, per non parlare della guerra, la servitù, l’assoggettamento?

Tutto questo sarebbe stato compatibile con la natura umana così come uscita dalle mani di Dio prima della disobbedienza di Adamo e di Eva? Insomma il potere e le sue istituzioni sono conseguenza, diretta o indiretta, del peccato (magari come possibile rimedio a disordini nella vita sociale), o sono già presenti, e se sì in quale forma, nella condizione umana che precede la caduta, cioè lo stato d’innocenza?

E del resto che il nesso tra peccato e condizione umana sia una “scoperta” agostiniana è noto:

«Come pena di quel peccato che cosa fu dato in cambio della disobbedienza se non la disobbedienza? Non c’è altra infelicità per l’uomo che la disobbedienza di sé stesso contro sé stesso, al punto da volere ciò che non può perché non volle ciò che poteva». Solo un retore come Agostino poteva rendere (e probabilmente concepire) le conseguenze dell’evento centrale del racconto della prima parte della Genesi (e di gran parte della sua stessa propria antropologia) come un giro sintattico e retorico così semplice e complesso allo stesso tempo.

Una occasione di ripensamento delle categorie costitutive della politica della giurisprudenza e della questione sempre complessa – oggi più che mai – della convivenza da un’ottica diversa e anche – per il credente –una occasione di confrontarsi con una parte molto importante del pensiero cristiano, spesso però lasciato in disparte a favore esclusivo della morale e dell’etica individuale, eppure, quando l’amore non fosse sufficiente, anche il sopportarsi reciprocamente è un dovere irrinunciabile, giusto quindi porsi il problema di come (e perché!) affidiamo alcune funzioni alla Politica.

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