CHIARAMENTE 14/4/2021

CHIARAMENTE

Gv 3,16-21

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.

Attraverso la risurrezione del suo Verbo eterno dalla morte, Dio, il Padre, ha voluto introdurre nella storia il più sottile e penetrante dei giudizi, quello dell’amore più grande:

«Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

Nel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, questo modo di leggere e interpretare la storia da parte di Dio si rivela essere una vera e propria spada a doppio taglio, il cui esito è rimandato alla nostra libertà di accoglienza: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (3,18).
Nutriamo tutti una certa paura nei confronti dei giudizi degli altri, pensando che la loro pericolosità sia sempre da imputare a qualcosa di brutto che di noi può essere accusato o svelato. La condanna di cui parla il Signore Gesù nel Vangelo – quella tenebra in cui possiamo sprofondare se restiamo ostili alla luce della rivelazione – non è in alcun modo da intendersi come una sottolineatura della nostra realtà agli occhi di Dio. È, semmai, quella distanza da Dio a cui ci condanniamo se rifiutiamo di credere che il nostro valore ultimo non possa essere mai ridotto alla somma dei nostri pregi al netto degli errori che abbiamo fatto:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

La vita inizia a diventare senza fine e senza confini, quando (ri)cominciamo a credere che sia possibile esistere davanti a un Dio che non misura mai la sua fedeltà nei nostri confronti a partire dai traguardi che abbiamo raggiunto, ma sempre e solo dal desiderio di condividere con noi la sua natura d’amore.
A noi è affidata la responsabilità di vigilare su quale tendenza prevalga nel nostro cuore, dopo aver vissuto l’esperienza di questo amore folle e smisurato che Dio nutre per la nostra umanità creata a sua immagine e somiglianza. Gesù, nel Vangelo, svela quel raffinato meccanismo in cui sappiamo barricarci quando non vogliamo in alcun modo essere smascherati nella nostra complicità con le tenebre:

«Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate» (Gv 3,20).

Questa libertà di incamminarsi verso Dio oppure di rimanere chiusi in una vita segnata da egoismo e solitudine può diventare una chiave di lettura per interpretare la pagina di liberazione attestata negli Atti degli Apostoli. Imprigionati dietro le sbarre di un carcere, i discepoli si sono scoperti in grado di poter insegnare nuovamente il messaggio evangelico per il semplice fatto di aver udito e accolto una parola di liberazione nel cuore della loro segregazione: «Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare» (At 5,21). Mentre gli apostoli escono dalla galera e iniziano a diffondere l’annuncio del vangelo, le guardie vanno a prelevarli in prigione e si imbattono in una situazione paradossale e sconcertante:

«Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno» (At 5,23).

L’ambiguità della narrazione ruota attorno al dubbio se le porte del carcere siano realmente state aperte o siano rimaste chiuse. Forse la risposta più esatta al dubbio – non solo esegetico – è che, come in ogni manifestazione di Dio, le porte della salvezza si spalancano per gli uni mentre restano serrate per gli altri. Le guardie sono rimaste ferme e sorde al loro posto, senza accorgersi di nessun angelo che avesse condotto i prigionieri verso la libertà. Gli apostoli, invece, hanno vissuto un’esperienza di liberazione così forte da non poter esser trattenuti in alcun modo nella loro volontà di testimoniare la luce vera della Pasqua di Cristo, quella capace di illuminare ogni uomo:

«Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21).

R.P.

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