PIENEZZA DI MOTIVAZIONI 4/5/2021

PIENEZZA DI MOTIVAZIONI

Gv 14,27-31a

27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo via di qui”.

Ormai prossimo al fallimento della croce e proteso alla speranza della risurrezione, il Signore Gesù decide di rivolgere ai discepoli parole capaci di offrire un grande conforto. Annuncia loro la possibilità di ricevere uno dei più desiderabili doni che la Scrittura associa ai tempi messianici: la «pace». Gesù, tuttavia, si guarda bene dal rischio di generare l’illusione che questa promessa certa e viva, sulla quale si impegna in prima persona, possa identificarsi con le aspettative di benessere e di tranquillità che il nostro cuore è sempre tentato di confondere con la pienezza di vita:

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27).

Al di là dell’annuncio e della precisazione circa la natura del dono di pace che la Pasqua intende comunicare ai discepoli e al mondo, Gesù non fornisce ulteriori spiegazioni per far capire in che cosa consista la sua – e non la nostra – pace. Sembra più preoccupato di distinguere ciò che promette di lasciare come eredità legata alla sua stessa vita da quella «tranquillità» che tutti conosciamo e volentieri identifichiamo con l’assenza di tensioni e conflitti: «Non come la dà il mondo, io la do a voi» (14,27). Eppure, nella sua reticenza comunicativa, il Signore Gesù sembra voler lasciar intuire qualcosa in più, intercettando i sentimenti presenti nel cuore dei suoi amici:

«Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,28).

Se i discepoli sono invitati a non avere alcun timore — proprio dopo aver udito un annuncio di pace — sorge il ragionevole sospetto che la pace di cui parla il Maestro non coincida affatto con una situazione in cui vengono a mancare le tribolazioni e le persecuzioni. Anzi, la pace lasciata da Gesù si configura come la possibilità di rimanere imperturbabili anche nel tumulto delle più grandi e feroci perturbazioni che possono abbattersi su di noi, o anche insorgere dentro di noi come verifica e autenticazione del nostro cuore creato nella libertà.
Il libro degli Atti può benissimo illustrare il senso delle parole di Gesù, attraverso il racconto delle disavventure che Paolo sperimenta a causa del vangelo annunciato nelle città della Licaònia:

«Giunsero da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori dalla città, credendolo morto» (At 14,19).

La crudeltà e la violenza delle vessazioni che raggiungono l’apostolo non sono in grado di arrestare, né tantomeno attenuare, il suo slancio missionario e l’opera di evangelizzazione a cui Dio lo ha chiamato. Dopo aver sfiorato l’esperienza della morte, insieme a Bàrnaba, Paolo si rimette subito in marcia per confortare i fratelli e tenere aperta la «porta della fede» (14,27) che Cristo, con la sua morte e risurrezione, ha spalancato in favore di tutte le genti. Attraverso queste prove, matura nel cuore dell’apostolo e in quello della chiesa di Dio la coscienza di quale dono di pace il Risorto garantisce a coloro che sono battezzati nel suo nome e formano il suo corpo nel mondo e nella storia: «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (14,21-22).
Il tempo pasquale ci ricorda che la porta per entrare nel Regno non può identificarsi mai con la pace dei sensi, ma solo con la pienezza di motivazioni che offrono al nostro agire l’opportunità di diventare un inarrestabile movimento d’amore. Dentro molte tribolazioni — nel corpo o nell’anima — il discepolo di Gesù riceve dal suo Signore il dono di un’imperturbabile tranquillità, resa possibile dall’azione dello Spirito Santo. Nella fiamma di questa paradossale pace, dove non mancano i sentimenti di timore ma sono assenti i risentimenti dell’odio, il discepolo di Cristo scopre l’unica cosa di cui c’è davvero bisogno e che non può essere tolta da nessuna persecuzione: la vita filiale, possibile in Cristo mediante il suo Spirito. Un modo di essere e di agire che rende, finalmente, visibile il volto del Padre:

«Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco» (Gv 14,31).

R.P.

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