Donne in fuga dalla religione – Anche testimoni di Geova.

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Donne in fuga dalla religione

Cattoliche, calviniste, evangeliche, mormoni, musulmane ma anche appartenenti a qualche setta. Sono 30 le testimonianze raccolte in un libro che tocca un tema delicato: quello del rapporto del mondo femminile con quello fortemente maschile della religione

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La religione e la fede in Dio non sono cose con cui si possa trattare o prendere tempo. Non ci sono condizioni o condizionali quando, se si è nei guai, si decide cosa fare: pregare o accendere una sigaretta.
Quando si parla con Dio e di Dio, ci sono solo i sì o solo i no. Di forse non se ne parla. Soprattutto se si è donne. Le religioni, quelle principali almeno, nelle loro mille letture e interpretazioni, sono roba da uomini. Sono loro i sacerdoti, loro i capi, loro gli insegnanti. Persino Dio viene rappresentato come uomo. Per le donne, per lo più, ci sono solo veli, ubbidienza, mele mangiate fuori pasto e parti dolorosi. Il libro ‘Beyond Belief’, curato dall’ex ebrea chassidica Susan Tive e dall’ex Cristiana Rinata Cami Ostman raccoglie circa trenta storie di donne che con la religione ci hanno avuto a che fare davvero, seriamente, senza ‘forse’. E tra l’altro con modi di vivere la fede tra i più rigidi, regolamentati, ossessivi. Tra le pagine di ‘Beyond Belief’ si incontrano le più svariate religioni, gli ebrei ortodossi, i cattolici, i calvinisti, gli evangelici, i mormoni, i mussulmani, i Testimoni di Geova, ma anche piccoli gruppi di cristiani integralisti o di seguaci di questo o quel predicatore carismatico.

Le protagoniste delle storie che le due hanno raccolto e raccontato (con l’aiuto anche di altre ‘penne’ come la giornalista Julia Scheeres) sono storie di donne che hanno scelto cosa fare. Hanno ascoltato in silenzio i termini del contratto, le regole, le richieste e le promesse. Poi alla fine hanno risposto “Sì, finalmente”, oppure “No: meglio rischiare l’inferno per sempre, che restare qui per altri cinque minuti”. Ci sono storie di conversione e, finalmente, salvezza, storie di fede che alla fine si rivela più forte della carne, della fame della curiosità di scoprire il mondo, e altre di scelta, di addio, di coraggiosa fuga.
Storie tutte diverse, almeno nel percorso e nei motivi, ma simili nella conclusione, che è sempre positiva, sempre luminosa, sempre bella, perché sempre consapevolmente voluta. C’è chi, come la giovane protagonista della storia “Direct line to God” trova la fede da sola, da adolescente e la difende dalla volgarità di una famiglia insensibile e teledipendente, che ricorda assai da vicino quella del film “Matilda sei mitica”: “ Più tardi quella sera, il padre di Hope era felice che io avessi pregato e mi riportò a casa. Mia madre e i miei fratelli stavano guardando la tv e nemmeno si accorsero del mio arrivo. Dissi ‘Ciao’, ma erano troppo concentrati sul poliziesco che stavano guardando per accorgersi di me. Era un replica, a loro piacciono un sacco le repliche. Così scivolai in bagno per vedere se il mio Nuovo Testamento era ancora lì dove lo avevo dimenticato, sperando che nessuno lo avesse visto o sarei stata davvero nei guai”.

Ma per una che trova nella fede il ristoro da una famiglia squallida, c’è anche chi scopre l’inganno più becero che si nasconde sotto l’uso delle parole sacre: come la protagonista di “Always Leaving” che assiste impotente alla tresca tra la madre e un pastore itinerante dall’‘illuminazione’ assai dubbia. “Lo guardavo uscire assonnato e spettinato dalla camera di mia madre e le chiedevo se fosse sicura che quello non fosse adulterio e lei rispondeva che no: “Erano uniti agli occhi di Dio”. Ma oltre a sua madre, il predicatore plagia anche poveri e disperati di ogni città, assetati di qualcosa in cui credere: “Erano gli anni ’60, in migliaia venivano nella sua tenda ad ascoltarlo: persone troppo povere, troppo nere, troppo dimenticate, troppo ignoranti per il resto della società. Chiedevano sempre scusa guardavano sempre il pavimento. Venivano per trovare speranza, ascolto, salvezza. Venivano per vedere il suo show”.

Oppure c’è chi, come la giovane protagonista di “Body language” si trova a dover scegliere tra l’attrazione saffica che sente per un’amica e la fede del gruppo cristiano a cui appartiene, consapevole che mandare a memoria i versi della Bibbia può poco o nulla contro quello che sente per la sua coetanea. Ma per tutte le protagoniste delle storie l’esito è sempre solare, inevitabile, buono e consapevole. Hanno scelto. Hanno saputo come rispondere alle domande su Dio. Poco importa se si finisca con l’indossare un velo e rimanere caste ( toccante la storia di una ex suora “Nun’s Hands”) o in discoteca a fumare, innamorarsi o drogarsi. È il percorso, non l’esito, quello che interessa alle autrici di ‘Beyond Belief’ Lo spiega bene la protagonista di “C’è un testimone?”, giovane ex Testimone di Geova, decisa a abbandonare la sua congregazione e , di conseguenza, anche i suoi affetti più cari. “Alla fine arrivò il giorno stabilito in cui dovevo lasciare la casa. Tutto sembrava tranquillo, ma all’ improvviso mia madre esplose. Si gettò ai miei piedi per non farmi uscire e prese a strapparmi i vestiti. ‘Sei entrata nella mia vita nuda e nuda ne uscirai’ diceva tra i singhiozzi. Ma io la allontanai via e uscii di casa verso quello che mi aspettava lì fuori. Ero spaventata certo, ma non aveva scelta: dovevo andare”.

Colore e sottolineatura sono mie

http://d.repubblica.it/attualita/2013/08/07/news/donne_religione_fuga-1760539/

Riflessione:

Ma come anche le testimoni di Geova?

Inconcepibile!  Le testimoni di Geova fuggono dall’unico popolo di Dio sulla terra? Ma come mai?

Ma i  testimoni di Geova non dovevano distinguersi dalle altre religioni sataniche?

Invece nessuno distinzione! Come mai?

Ci hanno fatto predicare per decenni che prima della fine l’affluenza sarebbe stata talmente evidente :  Chi sono questi che vengono volando proprio come una nube, e come colombe alle loro colombaie.

Altra profezia inadempiuta perchè al contrario le colombe stanno fuggendo