L’INDOMANI DELLA MIA DISASSOCIAZIONE. 15/3/2015

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L’INDOMANI

DELLA MIA

DISASSOCIAZIONE.

 

Una mia riflessione all’indomani della mia disassociazione (per aver studiato la storia della Watchtower ed averla condivisa con la mia ex-fidanzata)

Meno di un anno fa ero ancora un testimone di Geova convinto, uno di quelli che si impegnava perché sicuro che fosse la cosa giusta, e la sola possibilità di mettere in discussione tutto non mi passava neanche per la testa, anzi, ero uno di quelli che guardava con superiorità coloro che avevano fatto “naufragio” nella fede.

Era una specie di sogno, ma come tutti i sogni era destinato a finire.

Alle volte ci si risveglia perché qualcuno ci scuote, altre volte perché non abbiamo più sonno, altre perché il sogno è finito, altre volte perché il sogno che ci piaceva tanto si tramuta in un incubo, altre volte ancora semplicemente suona la sveglia.

Oggi sono consapevole che ogni testimone di Geova ha avuto la possibilità di svegliarsi da questo sogno, o più probabilmente ne ha avute molte di possibilità.

Lo dico perché sto imparando a guardare dentro me stesso, e a posteriori mi rendo conto che la verità vera, non la verità dei testimoni di Geova, ha bussato spesso alla mia porta.

Adesso sono anche consapevole che una delle difficoltà più grandi nel fare questo salto è la paura dell’oblio, ovvero la paura di restare soli. Isolati dalla famiglia, dagli amici, dalla comunità, dall’adorazione che era diventata parte di noi.

È una cosa orrenda quella di restare soli per avere fatto la cosa giusta, ovvero quella di mettere il Cristo prima della Watchtower, oppure quella di seguire la parola di Dio in base a ciò che si è capito ed interiorizzato e non in base a quello che gli altri ci hanno messo dentro con il piccone mediante studi-pappagallo, oppure perché si è capito che i vertici della Watchtower sono in malafede e non si vuole più appoggiare incondizionatamente quella gente.

Essere progressivamente isolati da questa comunità è come morire restando in vita, è come mettersi in terza persona e vedere che qualcuno ci sta facendo a pezzi fino alla morte interiore, con l’unico scopo di sottometterci al suo pensiero.

Forse non ci uccidono nel corpo (tralasciamo il discorso trasfusioni), ma sicuramente ci uccidono nell’animo, nel nostro io.

Prima ancora di sangue e carne, noi essere umani siamo fatti di sentimenti, di emozioni, di desideri, di speranza, di amore. Il corpo serve a sostenere queste cose fondamentali, e se queste vengono a mancare, come può quel corpo restare in vita?

Ci hanno insegnato ad essere neutrali, a non partecipare alle guerre, a non andare al servizio militare, ci hanno insegnato ad essere pacifici.

Tutte cose giuste, condivisibili.

Ma a cosa servono se poi ci uccidiamo a vicenda nella nostra comunità?

Già, perché di questo si tratta, qui dentro ci si uccide nei sentimenti, nei rapporti umani e familiari, nella voglia di vivere.

Come se vivere in questo mondo fosse un peccato, come se fosse colpa nostra essere nati qui. Casomai è vero il contrario, un cristiano deve vivere come tale adesso, non isolarsi dal mondo come fanno i testimoni di Geova.

Perché scrivo queste cose?

Perché voglio dire a tutti quelli che mi leggono, soprattutto a quelli che hanno capito e sono ancora dentro, che i vertici le sanno queste cose.

Hanno più di un secolo di esperienza, e non ci sarà nessuna ammissione di colpa da parte loro, nessuna inversione di rotta, loro continueranno su questa strada perversa.

Sta a noi singoli svegliarci e agire di conseguenza, anche pagando un prezzo.

Ma riprendere possesso della propria mente, che prima era posseduta da una società americana, non ha prezzo.

Dal corrispondente QUO VADIS a.p.s. del Veneto

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