La pedofilia dilaga in Europa, ma le indagini si bloccano – Pedophilia is rampant in Europe, but investigations stop 4/7/2020

La pedofilia dilaga in Europa, ma le indagini si bloccano

Pedophilia is rampant in Europe, but investigations stop

Germania, Gran Bretagna, Belgio: negli ultimi mesi gli arresti per violenze su migliaia di bambini sono centinaia, ma la grande stampa tace o riduce tutto a “brevi” di cronaca. La paura di indagare (a meno che si tratti della Chiesa) è vecchia, per questo le prove scompaiono, mentre chi fa un buon lavoro viene sostituito e i processi si arrestano. La Germania ha dovuto riconoscere la corruzione della Polizia e delle istituzioni, ma se qualcuno è condannato la pena è minima. Perché? Forse molti Stati verrebbero scossi, Italia compresa.

Il 16 giugno scorso 26 persone vengono arrestate per pedofilia in Gran Bretagna. Quel che la stampa ha reso noto solo in minima parte (il caso non è comparso sulle prime pagine dei grandi quotidiani) è che si tratta di 14 uomini e di 12 donne di età compresa fra i 20 e i 69 anni e che le vittime hanno sofferto dal 2008 al 2016 «fisicamente ed emotivamente». L’ispettore Jo Floyd ha dichiarato solo che «questa è un’indagine complessa che ha coinvolto diversi giovani che hanno subito abusi fisici ed emotivi…Comprendiamo che questa indagine causerà preoccupazione nella comunità locale». Le accuse includono aggressioni sessuali, incitamento dei bambini a compiere atti sessuali e a guardarli, crudeltà e stupri su minori sotto i 13 anni. La Bbc si è limitata a parlarne in un trafiletto. Niente nomi degli indagati, nessuna notizia su come e dove i bambini venivano detenuti. Silenzio sui luoghi da cui provenivano. Nessun giornale è andato più a fondo delle righe d’agenzia.

Il 18 giugno 2020 sempre la Bbc dedica qualche riga alla notizia di 5 arresti a Derby e Bradford per abusi sessuali su minori. Anche qui si spiega solo che l’“operazione Stovewood” fa seguito alla pubblicazione del Jay Report, secondo cui almeno 1.400 minorenni sono state abusate a Rotherham dal 2007 al 2013 (in prevalenza da pakistani, cosa che la Bbc tace). Nessuno si è fatto scappare altri particolari. Eppure sarebbe importantissimo per la prevenzione e la conoscenza di un fenomeno che dovrebbe indignare il mondo impegnato a giustificare la violenza perpetrata in nome della lotta al razzismo.

La stessa identica dinamica è seguita dalla stampa tedesca. Basti pensare che all’inizio del mese sono state arrestate 11 persone «connesse a un anello di abusi sessuali che coinvolge tutta la nazione», si legge su dw.com. Alla faccenda ha dedicato 11 righe il New York Times nonostante fossero coinvolti bambini in età da asilo prima drogati e poi abusati per ore per circa un anno.

L’abominio avveniva in una casa a Münster, a 125 chilometri dal campeggio di Lügde, dove tra il  il 2008 e il 2018 centinaia di bambini sono stati abusati: in questo secondo caso il tribunale distrettuale di Detmold ha condannato due uomini, Andreas V. (56 anni) e Mario S. (34 anni), a soli 13 anni di carcere per aver violentato per dieci anni e per migliaia di volte quasi 40 bambini e bambine dai 3 ai 14 anni di età, registrando dei filmati. Di come i bambini venissero adescati si sa poco, anche perché le indagini si sono bloccate dopo la scomparsa in caserma della valigia contenente quasi tutte le prove e i filmati relativi agli abusi, mentre due poliziotti sono sotto indagine per aver coperto l’uomo (denunciato tempo fa) e per aver inquinato le indagini. La polizia tedesca era convinta che dietro i pedofili ci fosse una banda più ampia. Il ministro dell’Interno dello Stato tedesco, Herbert Reu, ha dovuto parlare di “fallimento” da parte della polizia. Ma può bastare una scusa a bloccare un processo simile?

Subito dopo questo scandalo la polizia tedesca ha scovato una chat di 1.800 pedofili, con vittime di età comprese fra i 12 mesi e 14 anni, molti dei quali figliastri o figli dei colpevoli. Dopo 8 arresti, avvenuti nell’autunno del 2019, Frank Hoever, direttore dell’ufficio di Polizia criminale statale, ha chiarito che: «Non è ancora possibile stimare quanto sarà grande il caso». Uno dei colpevoli era già stato interrogato mesi prima e, pur avendo ammesso di essere un pedofilo, era stato rilasciato: le autorità avevano ritenuto le informazioni insufficienti per far scattare un mandato d’arresto. Da allora ad oggi non si hanno novità.

Lo Spiegel ha riferito che l’anno scorso, su 2.500 indagini aperte per abusi su minori, 557 erano state sospese a causa della mancanza di personale, dando così tempo agli indagati di distruggere le prove, come spiega anche il Guardian.

Difficile scandalizzarsi se dagli anni ’70 ai primi anni 2000 a Berlino i bambini senza tetto o senza famiglie venivano dati consapevolmente in affido ai pedofili su suggerimento del professore universitario Helmut Kentler. E se, come spiega il Corriere della Sera, «l’inchiesta dell’Università di Hildesheim ha fatto emergere l’esistenza di una “rete che attraversava le istituzioni educative scientifiche”».

Ma la collusione della delinquenza con la politica e le istituzioni non è solo tedesca: in un’intervista pubblicata dall’Independent nel marzo scorso, Simon Bailey, responsabile per la Gran Bretagna della polizia per la protezione dei minori, ha parlato di 450 arresti di pedofili dal 2016 ad oggi, chiarendo che «il numero crescente, l’ampiezza della minaccia crescente, il numero di bambini che subiscono abusi è in crescita», per cui «dovremmo avere un dibattito pubblico… per cercare di affrontare la minaccia». Ma purtroppo, ha ammesso Bailey, «politicamente è molto difficile».

Ad aprile la polizia belga insieme all’Europol ha scoperto un giro di pedofilia che si estende in 44 Paesi, trovando filmati e immagini dove le vittime violentate atrocemente avevano dai pochi mesi di vita ai 13 anni. Delle 99 persone sospette, 24 sono residenti in Belgio (tutti minori di 40 anni che lavoravano nel settore dell’infanzia o che erano addirittura genitori delle vittime). Nonostante la portata degli arresti, la stampa non ha dato grande eco alla notizia, mentre i magistrati hanno punito a qualche anno di carcere i responsabili, per cui la Ong Child Focus ha accusato l’«estrema morbidezza» delle sentenze che sono «uno schiaffo in faccia alle vittime» e che danno «un segnale sbagliato ai colpevoli e all’opinione pubblica». Esattamente come avvenuto qualche giorno fa in Italia, dove una coppia ha abusato di bambini fin dalla nascita e se l’è cavata con 6 e 9 anni di carcere.

Ma la tolleranza istituzionale è di vecchia data se già negli anni Novanta la giornalista del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, poco prima di essere assassinata nel novembre 2001, scriveva: «L’inchiesta sui pedofili belgi si è arenata. Il processo all’uomo accusato di aver stuprato e ucciso quattro bambine continua a slittare. Sono stati sospesi investigatori, screditati testimoni “scomodi”…Il Paese è sotto choc. Spuntano connessioni internazionali. Scenari foschi dove si materializzano incubi orgiastici, sadismi insospettabili, ma anche interessi d’altro genere. Il Belgio, quartiere generale dell’Unione Europea, della Nato, di migliaia di multinazionali, scopre che dietro l’affare della pedofilia si potrebbe nascondere una rete criminale che mina lo Stato dai vertici alle fondamenta. Cinque anni dopo, nessun imputato è alla sbarra…Un imputato aveva persino ammesso che “ho frequentato club dove si tenevano orge. Ho incontrato ministri, magistrati, gente piazzata ancora più in alto”». Eppure, continuava la giornalista, «all’inizio l’inchiesta parte bene. Un magistrato zelante, Jean Marc Connerotte, in brevissimo tempo riesce… a scoprire i quattro omicidi. La sua rimozione ad ottobre 1996… Comincia l’affossamento: l’investigatore Patrick De Baets e il suo aiutante Eimé Bille, dopo aver ascoltato una decina di testimoni… vengono messi da parte e accusati di malversazioni (…) Régina Louf, testimone “X1”, ha cominciato a parlare l’anno prima….Dice di aver preso parte a orge con altri minorenni, di aver visto ragazzini costretti ad accoppiarsi con cani, torturati, uccisi ma “Régine è stata dichiarata pazza – racconta l’avvocatessa -. E anche noi legali abbiamo passato anni a difenderci dalle accuse”».

Anche in Francia è avvenuto qualcosa di simile, ma l’Italia non è da meno. Per anni il sistema del Forteto, nonostante le denunce sugli abusi che avvenivano verso i bambini ospitati dalla comunità, ha continuato a “funzionare” grazie al blocco continuo delle indagini e agli insabbiamenti mentre si è rimandata ad oltranza l’istituzione di una Commissione d’inchiesta parlamentare aperta solo di recente. Qui, durante l’audizione del 22 giugno scorso, la Pm di Firenze Ornella Galeotti ha spiegato il peggio: «Ricordo l’estate in cui ho letto le carte… passata spesso a piangere nella mia stanza quando leggevo gli atti riguardanti questi bambini mandati al Forteto… Mi sono sentita molto sola. Molti colleghi mi hanno tolto il saluto, sono diventata il soggetto deviante nell’ambiente giudiziario fiorentino. Ho visto cose accadere in questo processo… questo genere di pressioni e di atteggiamenti non mi è mai capitato».

LNBQ

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