ACCUSE INFAMANTI RITRATTATE IN PRETURA

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ACCUSE INFAMANTI

RITRATTATE IN PRETURA

SMASCHERATA UNA CALUNNIA

Uno dei settori nei quali questa organizzazione è più preparata che mai, è quello del vilipendio e della calunnia. Difficilmente esiste conoscitore del movimento che non sia edotto in merito alle continue e tediose giaculatorie di cui grondano le pagine della Torre di Guardia, spesso dedite a trite e ritrite accuse alla Chiesa Cattolica e alle altre Chiese che, alleate del potere politico, diffamano e perseguitano i poveri testimoni colpevoli soltanto di essere persone per bene, pacifiche, incapaci persino di fare del male a una mosca. Per quale fine i testimoni continuano a vilipendere tutte le altre organizzazioni religiose se non per quello di far sì che la gente si allontani da esse per aderire al loro culto, e, per ottenere questo risultato, ogni mezzo è lecito. Uno d’essi, poco costoso, facile da usare, sempre disponibile in quantità illimitate è la calunnia.

La Torre di Guardia del 15 ottobre 1989, p. 10 per esempio, essa la definisce come segue: “una diceria, imputazione o denunzia, coscientemente falsa, con cui si attribuisce a una persona una colpa, un reato o comunque un fatto che ne offenda la reputazione. Tale parlare è generalmente malevolo e non cristiano”. Parole molto appropriate, dalle quali la stessa rivista trae la giusta conclusione quando ammonisce: “Un’altra ragione per evitare i pettegolezzi dannosi è che altrimenti potremmo arrivare ad imitare Satana, il principale calunniatore di Geova … Un’altra ragione ancora per non divulgare pettegolezzi dannosi è che questi possono essere micidiali. Sì, possono essere letali, e distruggere la buona reputazione di un innocente … Vorreste rendervi colpevoli di ciò che equivale a un assassinio?” (pp. 13, 14).

Cosa fare, allora, in un caso del genere? E’ sempre la stessa rivista, che nell’edizione del 15 settembre 1959, p. 562, parlando delle sanzioni da adottare contro chi, fra i testimoni di Geova, si rende colpevole di calunniare il suo prossimo, stabilisce che: “I diffamatori possono causare la morte, fisica o spirituale … allora è tempo di prendere in considerazione la cosa e determinare se sia giusto e scritturale disassociare il diffamatore”.

Quanto sopra sembrerebbe confermare il fatto che i testimoni di Geova, coerentemente con le alte norme morali da loro sempre sbandierate, sono attenti a far sì che nel loro stesso ambito non si annidi nulla che possa costituire una macchia per la reputazione immacolata della loro congregazione. Ma stanno così le cose?

Lo Stradone” ANNO XV
N. 12/174 – Dicembre 1993

ACCUSE INFAMANTI RITRATTATE IN PRETURA

 

E’ di dominio pubblico che qualche anno fa, (1991) uno degli appartenenti alla congregazione dei testimoni di Geova di Corato (BA), tale Filippo Caputo, in una conversazione occasionale con don luigi De Palma, noto e stimato sacerdote della Parrocchia “Sacra Famiglia”, e alcuni giovani della comunità parrocchiale, pronunciò delle accuse gravissime e infamanti nei confronti del dottor Sergio Pollina, ex testimone di Geova di Siracusa, che pochi giorni prima aveva tenuto una conferenza presso il locale municipio. Come risulta dagli atti allegati al procedimento giudiziario che fu successivamente instaurato, il Caputo, con sicumera e senza ombra alcuna di esitazione, asserì che il Signor Pollina era stato a suo tempo espulso dalla congregazione perché “immorale per atti di libidine nei confronti di minori”. Ora non vi è dubbio che un’accusa del genere è quanto di più grave e infamante si possa addebitare ad una persona, essendo sufficiente, se vera, a rovinare per sempre la reputazione e la vita stessa del responsabile di tale azione. E’ pertanto del tutto ovvio che il Signor Pollina, nell’apprendere di essere stato fatto oggetto di una così grave e degradante accusa, non poté esimersi dall’intraprendere azione legale per ripristinare immediatamente la verità e sollevare dal suo nome l’onta con la quale il testimone di Geova Filippo Caputo aveva cercato di oscurare la sua buona reputazione. A onor del vero, la magistratura pugliese si dimostrò estremamente sensibile e sollecita, sicché con “Decreto di citazione a giudizio” del 4 febbraio 1992, la Procura della Repubblica di Trani imputava “Caputo Filippo, nato a Corato il 27/10/1970” del “reato di cui all’art. 595 II° comma C.P. per aver offeso l’onore ed il decoro del dr. Sergio Pollina comunicandolo con più persone, definendolo ‘uomo immorale’ ed autore di ‘atti di libidine nei confronti di minori’”.

Dopo un primo rinvio, chiesto dal Caputo, al fine di provvedersi di un legale di chiara fama per difendersi dal grave reato ascrittogli, la Pretura di Corato fissava per il giorno 3 maggio 1993, la trattazione in pubblica udienza del processo iscritto a ruolo con il numero 7205/92. In quella data ed in quella sede, il Caputo avrebbe dovuto dimostrare la validità delle sue gravissime accuse oppure subire le conseguenze della sua disonorevole condotta morale. Ma, nelle more, evidentemente consigliato dal suo nuovo legale, l’avvocato Castellaneta, il Caputo faceva pervenire al Signor Pollina richiesta di remissione della querela in cambio di una completa ed esauriente confessione scritta della totale falsità delle sue accuse, e della totale infondatezza della calunnia.
Cosa fare a quel punto? Fra l’altro si era appreso nel frattempo che la famiglia di Caputo era una povera famiglia di operai certamente non abbiente, alla quale la condanna del figliolo avrebbe certamente arrecato un grave danno sia economico che morale. In vista di tutto questo ed anche in considerazione della piena ed esauriente ammissione di colpa da parte del Caputo, in sede di udienza, il Signor Pollina accettò di rimettere la querela, di perdonare cioè il Caputo che da parte sua, oltre al pagamento di tutte le spese processuali rilasciò dichiarazione autografa nella quale dichiarava che: “Non ho mai conosciuto personalmente il dott. Sergio Pollina, né ho mai intrattenuto con lui rapporti di alcun tipo … non ho, né ho mai avuto, diretta o indiretta cognizione di fatti che potessero in alcun modo giustificare un mio qualunque giudizio morale sulla sua persona. Dichiaro, inoltre, di non aver mai voluto diffamare il dott. Sergio Pollina e comunque faccio ammenda di quanto può essere scaturito involontariamente da quell’occasionale incontro con il De Palma.

Certo, credere che si possa accusare “involontariamente” una persona d’essere un violentatore di bambini è quanto mento inverosimile, e si comprende pur senza essere un ingegno eccezionale che, nel caso di Caputo, “il fine giustifica i mezzi”. Cioè pur di non essere condannato il furbo testimone ha preferito mentire spudoratamente asserendo di aver “involontariamente” (e non di proposito) diffuso delle calunnie sul conto di Pollina. Ma tant’è! La giustizia ha fatto il suo corso e la verità è stata ristabilita. Rimangono, però, alcune considerazioni da fare che devono essere fatte. La prima è: Come mai la comunità dei testimoni di Geova di Corato non ha intrapreso nessuna azione disciplinare nei confronti del Caputo, rendendola pubblica, per dimostrare così a tutti quanti che essa, coerentemente con quanto declama, è la prima ad applicare a se stessa quanto pretende per gli altri? Non risulta che questo baldo giovanotto che ama passeggiare e calunniare le persone sia stato in alcun modo ripreso o ammonito dai suoi anziani, e se ciò è stato fatto essi si son ben guardati dal farlo sapere in giro, in armonia alla ben nota formula dei “i panni sporchi vanno lavati in famiglia”. E poi, ancora ci domandiamo: Come è possibile che un giovanotto si senta autorizzato a proferire nei confronti di una persona a lui del tutto sconosciuta una così pesante accusa, tanto pesante che, se vera, avrebbe comportato l’arresto e la detenzione del Signor Pollina per un reato dal quale non ci si solleva più per tutta la vita?” La risposta, se proprio desideriamo averla, dobbiamo cercarla all’interno della congregazione della quale il Caputo fa parte.

Cosa accade, infatti, fra i testimoni di Geova quando uno di loro se ne va e li lascia? E’ opinione comune della congregazione che quasi sempre chi viene allontanato dalla comunità o se ne separa spontaneamente, lo fa perché è un immorale. Basta leggere solo alcuni brani della loro letteratura per rendersene conto: “Pertanto è stato riferito che l’anno scorso quasi l’1 per cento dei Testimoni degli Stati Uniti furono disassociati, in maggioranza per immoralità sessuale … in realtà, la condotta dissoluta fece espellere dall’organizzazione di Geova coloro che fecero crescere dentro di sé il desiderio di ciò che è proibito” (La Torre di Guardia del 15/1/1969, pag.60); “Visto che ogni anno sono migliaia quelli che vengono disassociati dalla congregazione per immoralità sessuale…” (La Torre di Guardia del 15/12/1989, pag. 18); “Ogni anno vengono disassociate quasi 40.000 persone, per lo più a causa di immoralità” (La Torre di Guardia del 1/4/1989, pag. 13; “Per quanto possa essere sconcertante, perfino alcuni che erano preminenti nell’organizzazione di Geova hanno ceduto a pratiche immorali, fra cui omosessualità, scambio delle mogli e molestie sessuali a bambini. Va anche notato che, nello scorso anno, 36.638 persone hanno dovuto essere disassociate dalla congregazione cristiana, la maggior parte per pratiche immorali” (La Torre di Guardia, 1/1/1986, p. 13).

Alla luce di quanto sopra, è facile adesso comprendere perché il giovane Caputo abbia potuto lanciare un’accusa così infamante nei confronti di una persona che gli era assolutamente estranea e dalla quale non sapeva niente: gli bastava sapere che era un “apostata”, cioè una persona che, secondo l’insegnamento ufficiale della sua “chiesa” era stata cacciata via (anche se in realtà Pollina si era dissociato, cioè dimesso) per aver indubbiamente commesso qualche turpitudine morale, come “lo scambio delle mogli” di cui sempre più spesso la Torre di Guardia parla quando si riferisce all’apostasia dei suoi membri preminenti, e Pollina era uno dei personaggi più in vista dell’organizzazione.

ILNONNOSA

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