ho scoperto questo blog QUO VADIS a.p.s. di Modena, in seguito a un programma televisivo in cui si denunciava il sistema nel quale i testimoni di Geova sono costretti o persuasi a vivere.
Sono stata un’insegnante della scuola primaria, le elementari tanto per intenderci…nella mia carriera ho avuto spesso a che fare con ragazzini figli di testimoni di Geova e i loro genitori.
La prima volta è stata per un’alunna, che ho seguito dalla prima alla terza, fino alla mia gravidanza e le altre in seguito a un trasferimento per un totale di sette bambini “miei” più altri nelle compresenze con altre classi e insegnanti.
Ho poi lavorato, avendo conseguito altre qualifiche, con i ben più ostici tredicenni nella fase di orientamento per la scuola secondaria di secondo grado, vale a dire il ginnasio, le superiori insomma. (Non amo queste definizioni ma sono costretta ad usarle ormai, erano meglio: materna, elementari medie ecc…)
Devo aggiungere che gran parte delle mie conoscenze le devo anche alla mia dirimpettaia, anch’essa testimone di Geova, e ai suoi esuberanti quattro bambini, ai quali do tutt’ora ripetizioni.
Devo ammettere di non aver compreso per davvero il loro indottrinamento fino a quando ho fatto delle ricerche in merito.
Oltre vent’anni fa con la prima bambina, ho fatto i miei errori peggiori, scambiando per arroganza quello che invece era squallido condizionamento.
Ad esempio, in terza non voleva cantare l’Inno “Fratelli d’Italia”, era l’anno dei mondiali e avevamo preparato un lavoro da esporre al palazzetto dello sport con tanto di cartelloni e disegni su tutte le nazionali; non aveva disegnato la bandiera Italiana ma una sorta di vessillo suo personale, un cuore rosso o rosa su sfondo blu.
L’idea comunque non mi dispiaceva…avevamo diversi bambini di varie nazionalità, ognuno disegnò la sua bandiera, ma poi dopo la sua rappresentazione tutti si sbizzarrirono inventando il proprio stendardo.
Chi della squadra del cuore: Milan, Samp, Juve ecc , chi invece disegnò un arcobaleno, il sole, la terra o delle stelle…
C’è da dire che ero una maestra giovane e mi lasciavo condizionare da quelle che allora erano delle “veterane”, che sapevano far fare alla classe esattamente quello che veniva richiesto, portando tutti i bambini allo stesso livello, facendosi rispettare o forse temere.
Il nostro lavoro risultò il più stravagante ed ebbe se non altro una menzione speciale, anche se non conquistammo nessun premio… per molto tempo le nostre bandiere stravaganti rimasero esposte…e ben oltre la fine dei mondiali…
Comunque questo avvenne quando già avevo cominciato a capire qualcosa di più su questi piccoli “extraterrestri”…
Lo diceva spesso, lei… “Noi non siamo come i bambini del mondo”…in prima elementare a volte improvvisamente e senza una ragione per me comprensibile interrompeva i giochi e andava a sedersi in disparte, non festeggiava il suo compleanno ma nemmeno voleva fare gli auguri agli altri bambini, perchè in ben due occasioni, a qualcuno era stata tagliata la testa durante un genetliaco regale.
Questa bimba amava scrivere i temi, leggeva molto, le piaceva la storia e tutto quello che discende dalle materie umanistiche.
Ma si rifiutava di studiare la preistoria.
Insisteva col dire che l’evoluzione dagli ominidi all’uomo era solo una teoria e che una teoria non può essere data per vera, “una teoria non è un fatto storico comprovato”
Imparava facilmente tutte le date a memoria, ma non quelle dell’evoluzione.
Sapeva tutte le poesie alla perfezione ma stranamente saltava i pezzi che parlavano di fare gli ”auguri di capodanno”…o cose simili…
I suoi genitori mi avevano portato un giornaletto blu, con un ragazzo antiquato disegnato sopra dal titolo “I testimoni di Geova e la scuola” nel quale si spiegava cosa possono fare e cosa non devono fare i loro figli.
Gli ho dato un’occhiata veloce perchè a mio parere quel giornalino offendeva l’intelligenza degli insegnanti.
La ragazzina difendeva i primi bambini immigrati, vittime a loro volta dell’esclusione ma non capivo come potesse impuntarsi su delle cose tanto banali.
Avevamo quattro bambini marocchini tra tutte le classi e loro festeggiavano con noi il natale, i compleanni e facevano la caccia alle uova colorate del coniglietto Pasqualino.
Cantavano le canzoni, forse senza sapere cosa significassero.
Avevo figli di genitori atei, che non facevano fare religione ai bambini, ma di fatto in quell’ora si parlava solo di cose belle, su come essere buoni, dal dire per favore e buon giorno a imparare alcuni segnali stradali, si giocava al vigile e alla famiglia, ragion per cui mettevamo tutti insieme.
Tranne LEI.
Anche un’adesione a livello nominale non era una buona cosa.
Nel programma di musica sotto natale si cantavano le solite canzoncine, avevo cercato le canzoni da tutto il mondo, perché c’era uno scolaro tedesco o austriaco, uno rumeno e altre due gemelline di mamma francese.
Una strofa per lingua, per farli familiarizzare con altre culture e idiomi.
Lei aveva portato uno dei loro canti religiosi, nel quale si narrava che Gesù spazza via un gran dragone giù sulla terra, e ora la gente vaga nel buio e che la malvagità era tollerata prima di una grande liberazione (proprio così MALVAGITA’ da annientare …Quel canto era il suo preferito mi aveva detto)..
Ben altra cosa dal messaggio che volevo trasmettere, di speranza e bontà natalizia…mi sembrava più una minaccia che un inno di felicità.
Non so come s’intitolasse, era una melodia molto particolare con termini difficili per una bambina cosi piccola e mi piacerebbe riascoltarla, tanto per farvi capire… ma non ricordando le parole esatte neppure la mia vicina ha potuto essermi d’aiuto.….
Ovviamente era esclusa dalla recita anche se suppongo le sarebbe piaciuto, conosceva meglio degli altri la storia biblica ed era in fibrillazione quando trovava qualcosa di incoerente… “Ma non è andata così!!!” diceva.
E’ chiaro che un credo che svuota il significato profondo degli eventi, per appiattirli alla sterilità dei fatti presi per altro da un’unica fonte interna ad esso ,non si qualifica certo per la rispettabilità.
E’ ovvio che nel vangelo non sta scritto se Gesù bambino amasse giocare con i sonagli intagliati da S. Giuseppe, o se piangesse per farsi cullare, ma sta di fatto che è proprio questa quotidianità a renderlo tangibile per i bambini e non solo.
Del resto quel che viene insegnato a tutti i cristiani è la sua umanità, il significato che ha avuto per il figlio di Dio stesso aver vissuto nella carne, sperimentato la fame, la pietà e la sofferenza, ma anche l’amicizia, l’affetto e la libertà.
Nella recita in questione anche un ruolo marginale, per dire anche se avesse fatto la parte che si da di solito ai piccolini dell’asilo, una stellina, una palma frusciante o un passante senza dialoghi non poteva andare bene.
“Ma non sei contenta che Gesù bambino sia nato?”
“Lui è nato una volta sola, cosa sono tutte queste storie? Ormai Gesù è in cielo col suo Papà, che ha un nome ma voi non lo usate e poi questa è una festa pagana, Dio distruggerà tutti anche i bambini, che scambiano la pura religione con delle usanze pagane babilonesi.”
Tutti i testimoni di Geova che ho avuto parlavano spesso e volentieri di morte e distruzione, come un dato di fatto ovvio e scontato per cui mi sono trovata più volte a dover rassicurare gli altri ragazzini, ingenui ancora avvolti nella loro bella nuvola infantile sul fatto che Dio non avrebbe ammazzato nessuno per una cosa tanto sciocca.
Mi era rimasto impresso anche il fatto che “babilonese” per lei era un dispregiativo e molti suoi atteggiamenti erano tristemente buffi, così come una volta si rabbuiò quando in un racconto la bambina del libro di letture “aveva fatto una vacanza mondana” perché dalla campagna era andata in città.
“Mondana vuol dire divertirsi, andare per negozi e ai concerti” avevamo convenuto con la classe. “No! Mondana vuol dire andare in discoteca con la minigonna!” Insisteva lei.
Avevo concluso che era una delle sue estrosità e lasciai cadere il discorso.
La mamma la vestiva spesso coi vestini retrò, o tute da ginnastica quando le altre bambine mettevano gonnelline corte e jeans e ho immaginato che fosse anche uno dei suoi piccoli desideri.
Ricordo molti dettagli perché tenevo un diario sui miei alunni, per valutare i mei progressi e per comprenderli meglio.
Voglio condividere altri due fatti sulle elementari.
Allora i bambini scrivevano e leggevano molto di più.
Il lunedì era il giorno del tema in classe, dava loro la possibilità di gestire il tempo, essere autonomi e organizzare i pensieri.
E’ una cosa che pochi ragazzini, anche più grandi sanno ormai fare con naturalezza.
Solitamente per introdurre i bambini nella lunga settimana che avevano davanti, davo loro il tema “Racconta cosa hai fatto nel fine settimana”.
La bambina in questione scriveva sempre di essere andata alla sala per ascoltare un discorso e rispondere alle domande della “Torre” (trovavo molto strambo il suo linguaggio, prima di capire cos’era la Torre,) oppure “Abbiamo invitato dei fratelli a pranzo e abbiamo studiato insieme” descrizioni piatte e prive di sentimento.
Ho poi cambiato il tema in “Racconta cosa vorresti fare nel tuo fine settimana ideale” e qui lei riempiva pagine e pagine, al punto che dovevo lasciarle più tempo per ricopiare in bella.
Aveva molta fantasia e in nessuno dei suoi scritti ricompariva questa “sala o la torre”.
Segno evidente che nella realtà avrebbe avuto bisogno di altro, non ci vuole certo un genio per capirlo.
I rapporti coi compagni erano spesso conflittuali, un po’ perché c’erano in classe alcune situazioni famigliari non semplici e non riguardavano solo lei direttamente, avevo bambini che vivevano coi nonni, bambini affidati ai servizi sociali, bambini che stavano coi fratelli più grandi e facevano a pugni più volentieri di qualunque altra cosa eccetera. (ecco il motivo per cui avevo deciso di tenere quel diario) In ogni caso, rispetto agli altri bambini, non mi sembrava in grado di accettare che ognuno avesse una realtà diversa, che discendeva dalla propria storia.
Per lei doveva essere così e basta.
L’altro fatto che voglio citare riguarda un bambino, a cui ho fatto da maestra qualche anno dopo il mio rientro dalla maternità.
Un po’ perché avere un figlio ti cambia, un po’ perché avevo più esperienza ho imparato a non fare “pressione” per non far fare agli alunni qualcosa su cui non avevano diritto di scegliere secondo il loro dio.
Non ho più fatto domande imbarazzanti, accettando le loro bizzarrie come un fatto immodificabile.
Per cui questo ragazzino ha avuto una vita ben più facile della prima alunna in questione.
Non era particolarmente interessato ai giochi di gruppo, se ne stava in disparte e interveniva sporadicamente in classe.
Era esonerato dalla lezione di storia quando si parlava di evoluzione, non faceva le palline di carta pesta di natale e non cantava canzoncine compromettenti per la sua religione.
Era un bambino pacato, un piccolo adulto molto concreto e riflessivo.
Un giorno ho dato alla classe il tema “Descrivi il tuo animale preferito” era un lavoro associato a scienze per cui veniva richiesto anche che si citasse la specie di derivazione, quindi se era un anfibio, un mammifero e via dicendo.
In questo modo, pensavo, non ci sarebbero stati problemi perché la maestra di scienze e matematica aveva trattato molto gentilmente l’argomento “evoluzione della specie” per cui chi voleva poteva raccontare di come durante le ere il mondo animale avesse subito delle trasformazioni, mentre gli atri avrebbero potuto trattare una specie in particolare, partendo dalla descrizione di un animale prescelto.
Il compito di questo bambino riguardava un cavallo.
Iniziava pressappoco in questo modo “Non tutti in città possono avere la fortuna di possedere un cavallo ed è per questo che io posso dirmi molto privilegiato”
Aveva descritto quel cavallo con tanta passione da farmelo figurare davanti, il manto morello, le fasce muscolari, gli zoccoli di un certo tipo, per passare alla famiglia di riferimento, i mammiferi, per poi parlare della specie equina e via dicendo.
Tutta la sua personalità era affiorata in quel tema che fu giudicato il migliore tra due classi.
C’era allora l’abitudine (discutibile o meno) di fare le gare di scrittura, non certo per abituare i bambini ad essere migliori di altri, ma semplicemente per far loro capire che i risultati si possono ottenere e che ad ogni risultato corrisponde un riconoscimento.
Ho ovviamente dato per scontato che lui quel cavallo lo possedesse realmente, nel box degli zii.
Metteva scarponcini sportivi e camicie a scacchi un po’ troppo grandi per lui, ma nella mia immagine mentale il tutto era dovuto al suo stile di vita da “cavallerizzo”.
Conosceva i termini tecnici, che non sempre i ragazzini conoscono, il tipo di morso, il tipo di “ferratura” eccetera.
Un tardo pomeriggio incontro la madre, coi soliti giornaletti e borsa allegati, una donna già vecchia nell’anima e le domando “come sta il cavallo?”
Volevo cambiare discorso dalle sue solite banali e preconfezionate disquisizioni.
Lei mi guarda offesa e mi dice “Non abbiamo mai avuto cavalli, il bambino non le ha detto che si era inventato tutto?” sono rimasta affascinata dalla capacità del ragazzino di creare una sua realtà, dettata dai desideri e di renderla plausibile anche per gli altri.
Allora era un vero furbone!
Due giorni dopo a testa bassa lui se ne arriva con la mamma prima della campanella.
“Mio figlio Le deve dire una cosa” dice la mamma…lascio all’immaginazione del lettore il proseguo della vicenda.
Ho visto ferire l’inventiva di quel bambino gratuitamente.
Spegnere la fiamma della fantasia con una convinzione raccapricciante.
Bollare come “menzogna” un semplice desiderio, quello di avere un animale da accudire e amare.
Il simbolo di quello che ipoteticamente avrebbe voluto diventare lui, fiero e libero.
Quando quella signora superficiale e ignorante se n’è andata, l’ho abbracciato e gli ho detto che un giorno quel cavallo lo avrebbe avuto per davvero.
Spero che oggi lui abbia un intero allevamento di morelli.
E che sua madre lo veda montare in sella, fiero e determinato, in un pomeriggio come allora, coi colori caldi del tramonto e l’odore del fieno, e che comprenda quanto poco lei abbia inciso sulla realizzazione di suo figlio.
Direi che come punizione è sufficiente.
Un’ultima e forse banale osservazione: Questi piccoli alieni fuori dal mondo si aggrappano alle piccole cose.
Facciamo molta attenzione a non rompere quel filo sottile che ancora li lega alla realtà.
E che Dio abbia pietà di noi tutti perché c’è molto, troppo da riparare.
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